GAETANO ESPOSITO

pittura napoletana, ottocento napoletano, pittori salernitani
pittura napoletana, ottocento napoletano, pittori salernitani

- Siete interessati alla vendita di un dipinto ad olio o un acquarello di Gaetano Esposito?

- Volete un realizzo immediato senza aspettare i tempi delle vendite all’Asta?

- Avete semplicemente bisogno di una stima delle vostre opere aggiornata agli attuali valori di mercato?


Contattatemi al:


3286628916
(anche foto via whats’up)

e/o inviate una email a:

acquistodipinto@gmail.com

o utilizzate il modulo contatti del sito qui


TORNA ALL’ELENCO DEGLI ARTISTI



BIOGRAFIA

Figlio di un pescatore, nacque a Salerno nel 1858. Venuto a Napoli, studiò con Toma, Lista e Morelli prima di legarsi con Mancini, la cui povera casa al Vico dei Carbonari a Forcella frequentò assiduamente. Li univa una forte affinità di gusti: come Mancini anche Esposito fu attratto dall' innocenza dei diseredati splendente negli occhi dei bambini del popolo, e ritrasse visetti pallidi già quasi presaghi della poca fortuna che li avrebbe accompagnati nella vita, e non minore attenzione dedicò ai loro miseri abiti, ai loro poverissimi giocattoli; un mondo ancora per poco immerso nella favola dell' infanzia, che ugualmente a tratti ritrovava il sorriso e la gioia. In questa produzione l' influsso manciniano è innegabile, ma si scrisse che Gaetano Esposito mostrava accenti "spesso d' un Mancini più saldo dello stesso Mancini autentico". Dopo le ricordate esperienze il pittore allargò i suoi interessi al mondo degli adulti e alle composizioni di più complessa struttura; a ideazioni come "In chiesa" si affiancarono numerosi ritratti di profili su sfondo bianco e grigio, una specificità cromatica ben sua per il bel contrasto che faceva coi colori forti coi quali ritraeva pescatori e popolani. Ritrattistica che piacque. Di quei quadri si ammirò la schietta forza, l' intuizione sicura priva di ripensamenti. Qualità dovute alla maturazione d' un talento mostratosi fin dai primi saggi, tra i quali un particolare spicco hanno "Il vecchio che legge" e 'Cristo tra i fanciulli". Va però detto che l' affermazione dell' artista stentava a remunerarne l' impegno. Certo, Gaetano Esposito, dai modi alquanto bruschi, non seppe guadagnarsi quelle amicizie che avviano al successo non solo critico. Difatti pochi trovarono simpatica la sua figura d' uomo robustissimo, col pizzetto al mento e i capelli raramente ravviati. A lui poco importava che le sue facili collere e la sua arroganza lentamente lo isolassero. Al pari di molti si illuse che più delle diplomazie del convivere contasse il valore della sua arte. In fondo aveva ragione: ma gli assoluti dell' estetica sono lontani dalla relatività, dalle ipocrisie e dalle complesse, faticate commedie d' ogni giorno. Benché il suo carattere si definisse sempre più come quello d' un prepotente vocato alla solitudine, benché attorno a lui si diradassero le amicizie, in Esposito l' animo dell' artista restava ancora caldo e produttivo per la pittura. Difatti dipinse un buon numero di belle marine e infine "Palazzo Donn' Anna", tela che piacque molto e in seguito fu acquistata dallo Stato per la Galleria d' Arte Moderna di Roma. Sembrò la definitiva affermazione del pittore, e invece fu solo il vertice della sua carriera dopo il quale iniziò la fase discendente. Il successo frenò in qualcosa la sua ispirazione? O lo esaltò troppo facendogli credere che ora tutto gli fosse dovuto? Difficile dirlo. I suoi intimi segreti restarono inviolati e di lui è dato di riferire solo i fatti che seguirono. Il primo segno di involuzione lo si ebbe con le repliche troppo insistite del quadro fortunato, repliche piatte e frettolose, dalle quali si può intuire una fredda programmazione insidiata dallo spirito commerciale. Non possiamo però dargli torto: Esposito era stato sempre povero e cercò di sfruttare il momento favorevole spinto dal bisogno. Pure, l' indotto manierismo, non sorretto da una fantasia in grado di rinnovarsi, lo fece scivolare all' interno d' un perimetro angusto delle sue capacità interpretative. Una decadenza che durò circa un ventennio e accentuò in lui la predisposizione che ne fece una variazione appena corretta del clochard. Non a caso viveva da anni in un rudere. Lo studio lo aveva allestito in uno stanzone che guardava verso la città e da esso si affacciava per scambiare quattro chiacchiere coi pescatori che sull' arenile rattoppavano le reti. Sicuramente con questi interlocutori trovò il linguaggio giusto, ché da sempre li frequentava e in più suo padre faceva lo stesso mestiere. Forse guastava solo che del Palazzo si credeva il padrone e riteneva un suo atto di generosità aver permesso a un collega, l' ormai semirimbambito Luigi Brancaccio, di sistemarsi in un' altra sala. Fu sempre invece durissimo con chiunque tentasse di dipingere il grande rudere. Dalla sua finestra vociava verso chi aveva sistemato il cavalletto: "voi che fate! Chi vi ha dato il permesso! 'Mo, 'mo, aspettate che scendo io!" e davvero scendeva investendo il malcapitato con la sua robustissima persona e la sua litigiosità. Solo raramente consentì a qualche giovane di dipingere Palazzo Donn' Anna, ma solo dopo averlo strapazzato e esaminato quel che stava facendo per rendersi conto se il nuovo venuto potesse dargli ombra. In apparenza don Gaetano pur vivendo in un alloggio impossibile, nella piena maturità si mostrava ancora in buona salute. Il suo aspetto era però ingannevole: perché negli ultimi anni cominciò a perdere la lucidità. Quando lo cacciarono dal palazzo per iniziare i lavori di un parziale rifacimento, peggiorò e pochi mesi prima di morire, incontrando altri pittori, li invitava a collaborare strettamente con lui per una serie di quadri ritraenti i vicoli più caratteristici di Napoli. E accompagnava la proposta con arruffate dissertazioni su certe nuove tecniche complicate, s' infervorava, riproponeva il già proposto, se la prendeva coi cattivi pittori incapaci di seguire le vie che indicava. Scene penose che convincevano chi l' ascoltava d' aver di fronte un uomo ossessionato da confusi fantasmi mentali. Per un periodo non si vide più in giro né si seppe dove stava. Poi si sparse la notizia che era morto a Sala Consilina: si era impiccato a 53 anni travolto dalla sua avanzante follia.