PIO JORIS

XXV campagna romana, ottocento romano
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BIOGRAFIA

Nacque a Roma l'8 giugno 1843. Il padre, Giovanni Battista, di origine trentina, appartenente a una nobile famiglia decaduta, era un piccolo antiquario e un appassionato d'arte; la madre, Maddalena Vergè, romana, lavorava come sarta.
Lo J. ricevette la sua prima educazione artistica da E. Pastina, pittore paesista napoletano domiciliato presso la sua famiglia. La formazione proseguì poi, dal 1855 al 1861, presso l'Istituto di belle arti e ancora, nel 1861 e per un solo anno, presso l'Accademia di S. Luca. Sempre nel 1861 la visita alla I Esposizione nazionale di belle arti a Firenze, dove lo J. fu particolarmente colpito dalle opere di F. Palizzi, D. Morelli e S. Altamura, fu determinante nell'indirizzare la ricerca pittorica dell'artista verso lo studio della natura e la ripresa dal vero e nell'avvicinarlo alle innovazioni apportate dalla scuola toscana, con una particolare attenzione all'uso della macchia.
Nel 1864 lo J. dipinse La passeggiata di Pio IX al Pincio (Roma, Museo di Roma), caratterizzata dal formato allungato e dalla luce chiara e diffusa, come sovente avveniva nella pittura romana del periodo.
Negli anni Sessanta iniziò a frequentare lo studio di A. Vertunni, dove veniva pagato a giornata per i lavori eseguiti. È stato di recente ipotizzato che molti dipinti firmati Vertunni siano invece da attribuire alla mano dello J. e di P. Barucci (Eleuteri). Nel 1866 in compagnia dello stesso Vertunni si recò a Napoli, dove conobbe Morelli e Palizzi. Ed è di questo momento l'opera Terrazza a Sorrento (Roma, Galleria comunale d'arte moderna e contemporanea), ispirata dalle ricerche luministiche dei due capiscuola napoletani, per la valorizzazione spaziale e per lo studio timbrico del colore nella luce. A Napoli lo J. ebbe inoltre modo di visitare la galleria Vonwiller, nella cui collezione, secondo il gusto di Morelli, che ne era il curatore artistico, erano presenti soprattutto opere espressione di "un naturalismo legato alla tradizione del vedutismo napoletano ricomposto entro i canoni accademici", che avevano cioè le stesse caratteristiche dei dipinti dello J. in quel periodo.
Nel 1867 il pittore aprì il suo primo studio sulla via Flaminia a Roma. Del 1867-68 sono Contadino con un fascio di legna e I funerali di Cesare Fracassini appartenuti alla collezione del pittore G. De Sanctis (Roma, Galleria comunale d'arte moderna e contemporanea, in deposito presso il Museo di Roma). Verso la fine degli anni Sessanta lo J. studiò dal vero i dintorni di Roma in compagnia, tra gli altri, di U. Coromaldi, di C. Biseo e del veneziano G. Ciardi.
A testimonianza di tale studio resta una cospicua attività grafica, oltre 1450 schizzi, raccolti in trentatré taccuini ora conservati a Roma presso l'Istituto nazionale per la grafica, databili tra gli anni Sessanta e il secondo decennio del Novecento, nei quali si "mescolano l'elemento pittoresco desunto dal dilagante esempio del Fortuny allo studio di figure dal vero" e "notazioni dal cauto, ma nitido verismo attinto alla vita contadina e popolare".
La ripresa dal vero venne attuata dallo J. anche attraverso l'ausilio della fotografia, come testimoniano le stringenti analogie tra il disegno Donne di Olevano alla fontana di su e una lastra di I. Cugnoni o di uno dei fotografi che si celano dietro il suo nome (1872 circa) conservata a Roma nel Gabinetto fotografico nazionale (Porretta, p. 21; Miraglia, p. 444).
Ancora alla fine degli anni Sessanta si consolidò il legame tra lo J. e la comunità dei pittori spagnoli residenti a Roma che gravitavano nell'orbita di M. Fortuny, quale tra gli altri R. Tusquets. Lo J. si specializzò allora in un genere pittoresco e commerciale che gli valse l'interesse del mercante francese A. Goupil, al quale lo J. fu legato da contratto dal 1868 al 1875; e probabilmente fu proprio Fortuny il tramite tra lo J. e il mercante d'arte.
Nel 1869, invitato dal pittore tedesco W. Wider, lo J. inviò La via Flaminia in un mattino di domenica all'Esposizione internazionale di Monaco di Baviera, ottenendovi la medaglia d'oro di prima classe.
Esposto nuovamente al Salon di Parigi del 1877, il quadro fu acquistato dallo Stato per la Galleria nazionale d'arte moderna di Roma nei primi anni del Novecento, con il titolo mutato in Una domenica fuori porta del Popolo. Al 1869 si data il quadro Fontana di via Flaminia con buttero e ciociara conservato al Museo di Roma, presso cui si trovano altre opere dello J., quali il dipinto Veduta del Tevere con il tempio di Vesta; la tempera su carta Contadini ciociari presso dei ruderi; l'acquerello Donna in costume laziale; e dalla collezione di G. De Sanctis, Paesaggio con figure, Il Tabularium, due Paesaggi e Sei figure in movimento. Al Museo di Roma è inoltre conservata una tavolozza dipinta da vari artisti (oltre a quella dello J. vi sono, fra le altre, le firme di F. Jacovacci e di G. Gabani) offerta nel 1883 in dono al commendatore G. Pinelli, proprietario della tenuta di Tor Cervara, meta ogni anno della famosa festa degli artisti.
Sin dall'inizio degli anni Settanta la circolazione delle sue opere in Francia, Inghilterra, Spagna, paesi nei quali lo J. compì anche diversi viaggi, gli fece raggiungere un buon grado di notorietà.
Nel 1870 lo J. era a Londra, dove esponeva La via Flaminia in tempo di pioggia. Tra il 1870 e il 1872 un viaggio in Spagna fu l'occasione per rinnovare, attraverso soggetti ispirati al colore locale, il proprio repertorio. È ascrivibile a questo periodo Antiquario a Toledo (Barletta, Pinacoteca comunale) dipinto sulla scia delle ricostruzioni d'ambiente fortuniane, che ottenne nel 1875 una medaglia d'oro a Parigi.
Sempre nel corso degli anni Settanta lo J. soggiornò più volte a Parigi, dove ebbe modo di conoscere la pittura impressionista ed entrò quasi certamente in contatto con G. De Nittis, del quale doveva conoscere l'opera, come testimoniano le analogie tra alcuni quadri dello J., quale Agli Champs-Elysées (1875 circa), e numerose scene parigine dipinte dal pittore pugliese.
Lo sviluppo della produzione dello J. sin dall'inizio degli anni Settanta si articolò attraverso la sua assidua partecipazione alla vita delle associazioni artistiche romane. Nel 1870 venne fondata l'Associazione artistica internazionale, e lo J. entrò a farne parte sin dall'inizio, partecipando alle esposizioni del gruppo che si tennero dapprima presso la casina del Pincio e poi nella nuova sede in via de' Condotti e collaborando alla decorazione di entrambe le sedi.
Nel 1873 lo J. decorò, infatti, il salone superiore della casina del Pincio, sede sociale dell'Associazione, con il "grazioso sfondo di un teatro comico" e, nel 1874, il salone espositivo di via de' Condotti insieme con F. Jacovacci, D. Bruschi, C. Barilli e C. Biseo con scene raffiguranti le feste di Tor Cervara. Nel 1875, anno di fondazione della Società degli acquarellisti in Roma, lo J. fu chiamato da E. Roesler Franz e N. Cipriani, insieme con C. Biseo, V. Cabianca, O. Carlandi, C. Maccari, A. Simonetti, G. Simoni e R. Tusquets, a far parte del gruppo dei dieci fondatori (Mammucari, p. 20). In questo periodo si legò di particolare amicizia con P. De Tommasi, dedito anch'egli alla tecnica dell'acquerello.
Nel 1876 partecipò alla II Mostra degli acquarellisti con Battesimo a Rocca di Papa. Nello stesso anno ottenne l'onorificenza di cavaliere della Corona e fu presente al Salon di Parigi con Il battesimo e Avanti il battesimo nell'isola d'Ischia.
Nel 1877 Dopo la benedizione fu premiato all'Esposizione nazionale di Napoli e favorevolmente recensito da F. Netti che ne giudicava la pittura "accurata e sicura", il colore "robusto ed evidente", e "tutta la scena" prova di uno "studio penetrante fatto sul vero e sul posto". Nel 1878 si presentò all'Esposizione universale di Parigi con una composizione allegorica, La Civiltà che fuga l'Ignoranza, oltre ad altri due dipinti, probabilmente gli stessi già esposti sempre a Parigi nel 1876. Nel 1881 partecipò all'Esposizione nazionale di Milano con Vecchio antiquario e Dopo la questua. Nel 1883, in occasione dell'Esposizione nazionale di Roma, lo J. presentò Fuga di papa Eugenio IV (Roma, Galleria nazionale d'arte moderna), quadro di grande formato nel quale l'artista si cimentò nella pittura di storia, compiendo una scelta analoga a Jacovacci, Biseo e Cipriani. Il quadro fu giudicato assai favorevolmente da Costa, che ne sostenne l'acquisto da parte del ministero della Pubblica Istruzione, mentre non piacque a Netti, che pur ravvisandovi "degli insiemi giusti" aggiungeva: "quella pittura grigia, e un po' uniforme, il disegno indebolito mi pare che dipingano lo stato d'animo di un pittore senza entusiasmo durante la esecuzione della sua opera". Netti vi leggeva, inoltre, "la traduzione di un racconto, fatta con rassegnazione, come per adempiere un dovere", mentre riteneva che lo J. divenisse "un altro pittore nella semplice e naturale figura, La serva di casa e nei due acquerelli, Il tempio di Antonino e Faustina e Sulle rive del Tevere, così evidenti di fattura e così giusti di tono" presentati alla stessa mostra romana del 1883. Nel 1887 il Museo di belle arti di Budapest acquistò Lo scrivano pubblico e Ricreazione in giardino. Nel corso degli anni Ottanta e Novanta lo J. partecipò con una certa regolarità alle mostre della Società degli amatori e cultori delle belle arti.
Fu presente tra le altre all'esposizione del 1885, quando i sovrani acquistarono il suo quadro Vanità campestre, inviato alla villa reale di Monza, dove, proprio in quegli anni, si stava formando una collezione di opere dello J. (ibid., p. 273). Alla mostra del 1889 presentò vari dipinti a olio: Lavandaia, Mercanteggio di un capo d'opera, Dall'ortolana, Studenti a Granada; e in quella del 1901 gli venne riservata, per la prima volta, una sala personale in cui espose ventisei opere tra bozzetti e dipinti. Con uguale regolarità fu presente alle mostre dell'Associazione degli acquarellisti, con cui continuò a esporre fino al 1915. Nel 1892 alla mostra degli Acquarellisti allestita insieme con gli Amatori e cultori presentò l'acquerello La fuga d'Eugenio IV papa, traduzione del dipinto esposto nel 1883.
In quegli stessi anni lo J. partecipò a numerose esposizioni nazionali e internazionali, ricevendo anche importanti riconoscimenti ufficiali.
Nel 1893 alla Permanente di Milano il suo dipinto Lavandaia fu premiato con la medaglia d'oro. Nello stesso anno venne premiato alla mostra che le tre associazioni artistiche della capitale, l'Associazione artistica internazionale, gli Acquarellisti e gli Amatori e cultori tennero congiuntamente. Nel 1896 prese parte all'Esposizione internazionale di Berlino e collaborò con Biseo e Jacovacci alla realizzazione di una serie di tele di soggetto religioso per il ras etiopico Makonnen destinate a chiese dell'Etiopia. Nel 1898 partecipò all'Esposizione nazionale di San Pietroburgo e a quella di Torino. Nel 1900 al Salon di Parigi ottenne la medaglia d'oro con La processione delle ammantate a S. Pietro e Giovedì santo (Roma, Accademia nazionale di S. Luca), che gli valsero anche la Legion d'onore. Quest'ultimo dipinto fu successivamente premiato a Dresda nel 1901, e nel 1905 ottenne dall'Accademia di S. Luca il premio Müller. Nelle collezioni dell'Accademia figurano anche un suo Autoritratto, del 1905, e la copia, del 1902, dell'autoritratto dell'accademico D. Pellegrini. Nel 1904 collaborò all'illustrazione del volume di E. De Fonseca I Castelli romani, edito a Firenze da Alinari, illustrando quattro tavole dedicate a Genzano, Ariccia, Sulla strada vecchia tra Albano e Ariccia, Albano. Nel 1905 partecipò alla VI Biennale veneziana con il dipinto Lavandaie. Anche nel corso del primo ventennio del Novecento continuò con assiduità la sua partecipazione agli Amatori e cultori, nel 1915 in una personale con dieci opere di rilievo, tra cui Giovedì santo, S. Carlo, Ponte Sisto, Crepuscolo, Venerdì santo, Aracoeli, e nel 1920 con sedici opere. Lo J. morì a Roma il 7 marzo 1921. Pochi giorni dopo la sua morte si aprì la II Biennale romana dove vennero esposte quattro opere a testimonianza dell'apprezzamento della sua arte, sottolineato dallo scritto in catalogo di M. De Benedetti (Trastulli, p. 260), che si sofferma sul forte legame tra l'arte dello J. e la sua città. Successivamente, dal 18 al 25 apr. 1922, si tennero, nel suo studio al n. 3 di via Maria Cristina a Roma, l'esposizione e la vendita di opere dello J. e della sua importante collezione di quadri antichi e moderni, mobili classici, tappeti persiani e altri oggetti di vario genere.